Quarantamila
persone hanno sfilato il 12 maggio a Roma per la manifestazione nazionale della
FdS contro l’abolizione dell’articolo 18. Sono il segnale di un’insofferenza
per il governo Monti che cova nella società italiana, ma senza trovare un’adeguata
rappresentazione nel dibattito pubblico e nei media. Un evento politico che con buone ragioni si può interpretare come il
ritorno dei comunisti sulla scena pubblica.
Ma soprattutto si è di nuovo vista una sinistra
connessa alle lotte, portatrice di un punto di vista alternativo sulla crisi
mondiale, capace di proiettarsi sullo scenario europeo. Ad aprire la maratona
degli interventi sono stati i lavoratori della Irisbus Iveco, seguiti dai precari
della scuola e da rappresentanti del movimento No-tav e del comitato Acqua
pubblica. Ma è stato anche un palco fortemente segnato dagli ospiti
europei. I più applauditi, Pierre
Laurent, segretario del partito comunista francese, e il greco Vassili
Primikiris esponente di Syriza, entrambi reduci da successi elettorali nei
rispettivi paesi. Con l’undici per cento di consensi il Front de gauche – di
cui fanno parte i comunisti – è stato decisivo per la sconfitta di Sarkozy in
Francia. «Vedremo se Hollande (il neoeletto presidente) manterrà la promessa di
rinegoziare il patto finanziario dell’Ue», dice Laurent. «Dobbiamo batterci sia
contro le politiche di austerità sia contro l’estrema destra», ma per essere
più efficaci bisogna costruire «un fronte di tutte le sinistre in Europa». Un
augurio alla FdS: «siete voi la vera sinistra d’alternativa, non il clown
Grillo, spero che riusciate a mandare a casa Monti». Se si allarga lo sguardo
oltre i confini nazionali si scorge una sinistra radicale in crescita in gran
parte dell’Europa, che ovunque ha gli stessi avversari – l’Ue, la tecnocrazia,
la Bce, il capitale finanziario – e gli stessi programmi. Ne dà una prova
Vassili Primikiris di Syriza, secondo partito in Grecia con il 17 per cento:
«noi siamo per un governo che abolisca il memorandum (le misure di austerità,
ndr), per il ripristino dei diritti dei lavoratori e del contratto collettivo
nazionale, per una riforma elettorale proporzionale e il controllo pubblico delle
banche». Il caso greco, come quello
francese, insegnano soprattutto che l’aggregazione a sinistra è un valore
aggiunto, perché dà efficacia al proprio blocco sociale. “Unità”, non a
caso, è la parola che ricorre di più negli interventi. «Il successo di Syriza –
dice ancora Primikiris – segna la fine del bipartitismo. Ma se fossimo stati
tutti uniti (i comunisti del Kke e Sinistra democratica sono andati da soli,
ndr) la sinistra nel suo complesso avrebbe preso molto di più». L'’ppello
all'unità della sinistra lo ripetono tutti i dirigenti della Fds. Cesare Salvi lo estende all'Idv e
persino al Movimento 5 stelle: «abbiamo tante battaglie in comune». Oliviero Diliberto si rivolge a Sel:
«ma che aspettate a venire qui per costruire assieme una sinistra capace di
contendere l’egemonia»? Lo ripete anche Paolo
Ferrero che chiama in causa Sel e l’Idv, ma anche «i movimenti, le
associazioni, il sindacalismo di base e i senza partito. Bisogna smetterla di inseguire il Pd col cappello in mano e impegnarci
a costruire le lotte, giorno per giorno. Ce la possiamo fare, dobbiamo
crederci e non rimanere fermi in attesa delle elezioni». Si è rivisto anche l’orgoglio
di appartenere a una storia, quella dei «comunisti, della parte migliore dell’Italia
– ribadisce Diliberto – di quelli che hanno fatto la Resistenza. Nessuno, a noi
eredi di Berlinguer, può venire a farci lezione di moralità, tantomeno il
comico Grillo. Qui ci sono tanti giovani che di tasca propria sono venuti in
piazza senza guadagnarci un soldo». E, a proposito di eredità, Ferrero
rivendica quella di Di Vittorio, del suo insegnamento a «non togliersi mai il
cappello dinanzi al padrone».
Di Tonino Bucci da www.rifondazione.it
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